Due parole con Mario Botta


di Marco Nereo Rotelli per

Le interviste del Centenario

Marco Rotelli ha intervistato per noi Mario Botta in occasione dell’incontro del 1° dicembre 2013 a Como

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Ritratto di Mario Botta (foto di Beat Pfändler)

14 ottobre 2013
Bellezza, lo sentiamo / che sei al mondo. / Qualche transitiva forma / ci illudiamo ti sorprenda.” Così inizia una poesia di Mario Luzi che sembra quasi un dialogo con la bellezza, un interrogarla e, forse ancor di più, un responsabilizzarla. Nel suo lavoro di architetto, nella sua vita donata all’architettura, emerge sempre una dimensione etica parallela all’estetica. Le vorrei fare una domanda più aperta possibile: che cos’è la bellezza per lei?
Penso sia impossibile avere una conoscenza a priori della bellezza e quindi non la si può descrivere. È uno stato d’animo che nasce unicamente attraverso un’esperienza diretta quando viene a stabilirsi una forte relazione reciproca fra un’idea immateriale e una realtà concreta.

“Poeticamente abita l’uomo”, scrisse Holderlin. Questa affermazione sembra quasi una provocazione in una società globalizzata che ha portato a una insicurezza globale. Eppure io penso debba esser pensata non in senso platonico ma in senso etico. Esiste un pensiero attivo, che guarda all’arte, alla poesia, alla musica. Mi sembra lei senta profondamente questa dimensione e produca forme che conducono sia nello spazio che nel tempo…
L’uomo, anche nella società globalizzata, resta comunque protagonista dello spazio; e l’architettura è la disciplina che organizza lo spazio di vita. In quest’ottica l’architettura è chiamata costantemente a riferire il proprio lavoro (la richiesta di una collettività) alla misura e alla dimensione umana. È l’uomo che abita lo spazio.
L’architettura è una forma espressiva che trova la propria ragione d’essere anche nel trascorrere del tempo, è una realtà che spesso sopravvive all’architetto stesso.
Questo significa che comunque parlerà alle generazioni future e racconterà delle nostre speranze, talvolta delle nostre illusioni. La condizione del trascorrere del tempo è radicata nell’opera di architettura.

Area Campari a Sesto San Giovanni, Milano (2004-2010) (foto Enrico Cano)

Più in generale qual è il suo rapporto con la poesia? Ricorre il prossimo anno il centenario di Mario Luzi. Ha mai incontrato questo grande poeta?
Mi piace pensare alla poesia attraverso il fascino del fatto poetico che talvolta avvolge gli spazi di vita. La poesia tocca tutte le forme espressive realizzate dall’uomo e per questo esistono registri lessicali differenti, ognuno dei quali può portare ad una forma di incanto o di sorpresa che noi chiamiamo poetici.
Mario Luzi è stato un raffinato personaggio che ci ha accompagnato durante l’intero secolo appena trascorso suggerendoci, attraverso le sue intuizioni, alcune nuove chiavi di interpretazione. Ho incontrato Mario Luzi in occasione del suo passaggio a Mendrisio, senza per questo poter dire di averlo conosciuto.

Carlo Scarpa ha detto che “l’architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia, come un bellissimo viso di donna”. Il tema è spostato dalla poesia alla così discussa ‘armonia’. Le sue architetture, per riprendere una figura nietzschiana, mi sembrano trattenere un sapere per la vita, espresso secondo leggi armoniche. Oserei dire, l’armonia di una nuova bellezza che non segue i canoni classici pur tenendoli stretti in memoria…
Il territorio della memoria è il vero contesto “geografico” entro il quale opera l’architetto. La bellezza del fatto architettonico dovrebbe corrispondere alla sua verità (proprio come la definizione di Sant’Agostino). Molte delle architetture contemporanee ci sembrano invece bizzarre o persino inopportune in quanto non indicano dei nessi logici di riferimento – gravità, luce, limite. All’interno delle contraddizioni del nostro vivere, il mio operare tenta di recuperare i valori primordiali dell’arte del costruire dove – a fine operazione – tutte le strutture e i carichi confluiscono al suolo, che resta una realtà attiva dell’opera costruita.
È all’interno di questi parametri disciplinari che possono trovare spazio forme poetiche che, inevitabilmente, dovranno creare nuove armonie.

Centro benessere Berg Oase a Arosa (2003-2006) (foto Urs Homberger)

Nel mondo globale l’architetto europeo può insegnare una via differente?
Penso che l’architetto europeo possieda più anticorpi, maturati durante una storia millenaria, rispetto ai colleghi del Nuovo Mondo. Quindi, piuttosto che architetto, sarebbe meglio dire che la città europea resta un modello di riferimento straordinario, la forma di aggregazione stratificata più colta, più bella, più flessibile che la storia dell’umanità abbia saputo costruire. In quest’ottica la città europea ha infinite potenzialità per affrontare le attuali contraddizioni ed è indubbio che possieda un primato rispetto ai modelli americani o asiatici.

L’architettura è un’arte imposta al pubblico. La musica, un libro, una pittura si è liberi di affrontarli o meno, l’architettura invece si colloca e connota profondamente il luogo e la vita del luogo…
Si. L’architettura è ineluttabile, condiziona nel bene come nel male lo spazio di vita, si può dire che l’architettura influisca sempre anche sul paesaggio libero, dove non vi è presenza dell’uomo; infatti, perfino l’immensità del territorio assume la città come punto di riferimento.

Ritorno dunque al tema ricorrente sotto un’altra sfaccettatura: come agire di fronte alla brutta architettura? L’architettura è lo specchio della società?
Si. L’architettura è sempre, talvolta in maniera impietosa, l’espressione formale della storia e della società. Non è possibile pensare ad una città fisica staccata da una città sociale. L’organizzazione dello spazio è specchio della comunità. Quando parliamo di “brutta architettura” dobbiamo parlare anche di ”brutta comunità”.
Forse è possibile aggiungere che in maniera più generale l’architettura dà forma alla storia del proprio tempo.

Cappella Granato nella Zillertal, Austria (2011-2013) (foto Enrico Cano)

Nel fare una casa lei si immedesima nelle persone che devono viverla? È cioè per lei importante come può esser vissuto un luogo dalle persone?
Non sempre. L’architettura resta un’offerta aperta a differenti usi, una realtà indipendente dai valori tecnici o funzionali; questi ultimi variano ovviamente nel tempo mentre l’architettura, coi suoi valori simbolici e metaforici, rimane il segno fisico di un preciso tempo storico.
L’architettura è un dono e come tale resta in attesa di un appropriato utilizzo.

Un’architettura nasce ovviamente seguendo regole della natura e codici urbani, crede ancora in un concetto romantico come l’ispirazione?
Credo che l’architettura si ispiri non solo al contesto che la circonda, ma diventi il mezzo per modellare il paesaggio: l’architettura non è uno strumento per costruire in un luogo, ma lo strumento per costruire quel luogo. Meglio lasciare il concetto romantico d’ispirazione ad una storia della cultura meno pragmatica. Noi operiamo all’interno di infinite contraddizioni per cui, più che di ispirazione, è meglio parlare della necessità di una continua analisi critica del contesto.

Chiesa del Santo Volto di Torino (2001-2006) (foto di Enrico Cano)

Mario Luzi in Opus Florentinum dà voce a due operai costruttori in un cantiere e riesce a far sì che la loro voce, il loro dialogo, divengano la voce stessa della Cattedrale in costruzione. Qual è il suo rapporto con il cantiere, il luogo in cui tutto è in divenire?
Il cantiere resta il luogo sublime per la costruzione, là dove è visibile la trasformazione di una condizione di natura in una condizione di cultura. Se potessi vivrei in cantiere.

Lei pensa sia l’architettura prodotto di una composizione di arti?
Nell’architettura confluiscono molte forze collettive: sociali, politiche, economiche e, certamente, anche artistiche. Il fatto che l’opera di architettura debba rispondere a delle domande “tecniche e funzionali” gli offre una concretezza che è da considerare un privilegio per questa disciplina.

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