La parola in ombra | Adonis – Rotelli, Parigi – Belgrado


di Marco Nereo Rotelli per

Le interviste del Centenario

Marco Rotelli ha intervistato per noi Adonis, introduzione di Elena Lombardi

Parole. Parole vere abitano questo incontro tra Marco Nereo Rotelli e Adonis. Artista il primo che usa le parole che i poeti direttamente donano a lui per essere trascritte nelle sue opere e nelle sue installazioni con cui inonda di luce città e palazzi. Poeta, il più grande poeta arabo vivente, il secondo, le cui parole sono frutto di una profonda ricerca nel linguaggio. Questa intervista raccoglie i dialoghi tra artista e poeta che hanno avuto luogo tra la casa parigina di Adonis e le sponde del Lago di Como, a Bellagio, in occasione delle mostre a Palazzo Reale di Milano e al Palazzo del Broletto di Como in cui Adonis esponeva i propri collage e disegni assieme alle opere di Rotelli. Fawzi Al Delmi ha accompagnato queste conversazioni con le sue precise traduzioni dall’arabo all’italiano e la sua costante amicizia. Ne è nata un’intervista assai ricca di paradossi e meravigliosi incroci, visioni e nuove percezioni con argomentazioni che spaziano dalla lingua alla religione, dall’architettura, all’arte, al cinema, alla famiglia. Comune è la volontà di inseguire ogni possibilità per dare alla parola ancora il senso necessario. Le conversazioni partono però dalla percezione della crisi della parola oggi…

Elena Lombardi

Adonis di fronte al Museo d'Arte di Mendrisio il 28 febbraio 2010, in occasione del 5° anniversario della scomparsa di Mario Luzi celebrato dalla nostra Associazione

Adonis di fronte al Museo d’Arte di Mendrisio il 28 febbraio 2010, in occasione del 5° anniversario della scomparsa di Mario Luzi celebrato dalla nostra Associazione

Marco Nereo Rotelli: La storia è piena di naufragi. Oltre le navi, le ideologie, i sentimenti, gli dei, oltre le estetiche, assistiamo oggi al naufragio della parola, il più drammatico e doloroso. La parola, che esce dal corpo e dall’anima, è debole, ha perso centralità ed annaspa insicura, incapace di esprimere. Cosa le è successo? Tu stesso, Adonis, hai più volte dichiarato la perdita di forza della parola.

Adonis: Ho detto questo per quanto riguarda il mio rapporto con la parola in quanto scrittore. Sento che la parola è invecchiata, che le cose stanno straripando come se ci fosse un’alluvione e le parole sono delle piccole imbarcazioni. Noi non riusciamo più a ripulire le parole dai loro vecchi sensi, in particolare dai riferimenti religiosi perché le parole non sono soltanto voci, sono esseri viventi e in quanto esseri viventi devono parlare con te. Per questo la parola, indietreggia, viene sostituita da altre lingue. La lingua del cinema, dello sport, dell’immagine, della fotografia, delle feste, delle nozze, tutto sta sostituendo la parola del poeta.

R: La parola non è più luce!

A: Non lo è più nel suo senso più profondo, come parola Dio. Per cui la crisi della parola nel poeta è la crisi della parola in Dio. La decadenza del mondo è totale e non c’è più Oriente e Occidente. È un vero naufragio, come potrebbe la parola essere riferimento di verità?

R: Platone due millenni e qualche secolo fa si accorse che costringere la parola nella scrittura era limitarla, colpirla, ferirla; bisogna cercare allora di liberarla? Di condividerla con altri linguaggi? Voglio dire che nelle pieghe di altri linguaggi vive la parola.

A: Nel cinema per esempio la parola ha un ruolo fondamentale, ma il cinema è anche musica, immagine, movimento, immaginario. L’arte moderna più grande in assoluto è il cinema. Questo non significa che il cinema oggi sia superiore. Ma il cinema rimane una grande arte, importante, a diverse dimensioni.

R: Anche il cinema muto! Forse perché a me interessa la parola scritta in relazione all’immagine: si crea un campo di interazione e sull’interazione si gioca forse uno dei nodi della contemporaneità.

A: Puoi dire tutto attraverso il cinema.

R: I film li vedi al cinema, i dipinti si trovano nelle gallerie, la letteratura nei libri, l’architettura invece è sempre con noi, è un’arte necessaria, dovrebbe essere la più universale delle arti. Con il risultato di una pressante inefficienza del sistema urbano, perché ormai è saltata quella dimensione ‘umana’ dell’abitare. Siamo all’inizio di un’era le cui costruzioni fanno più paura delle rovine?

A: Ci sono due livelli di architettura, l’architettura che tratta la vita degli uomini, individuale, che dovrebbe essere un’architettura normale e c’è l’architettura sociale che tratta musei, palazzi, università, ponti, che sono possibili opere d’arte. Ma l’architettura non può essere solo collettiva, sociale. Una città non può essere tutta fatta di palazzi d’arte.

R: Tu sei nato in un villaggio della Siria. Cosa ricordi di questa architettura che nasceva nella memoria, quella fatta realmente dall’uomo, per l’uomo?

A: Casa mia dove sono nato era a livello della natura. Era fatta di pietra e noi mettevamo dell’argilla per impedire agli spifferi e alla pioggia di entrare. Il soffitto era fatto di legno e non c’erano servizi. Ogni anno la casa andava ristrutturata. E ogni volta che pioveva l’acqua filtrava dal soffitto e allora bisognava rimediare. Andavamo in soffitta per mettere l’argilla, chiudere i buchi. Poi tutta la famiglia dormiva su un solo grande letto. Sotto al quale dormiva anche una mucca. Dormivamo tutti insieme. Le case erano comunque a livello della natura nella vita quotidiana. Sono rimasto male quando è crollata la casa. Non siamo stati noi a distruggerla è stata la natura a tirarla giù, non eravamo in grado di conservarla. Ogni anno era una lotta. La vita del contadino era una lotta continua con la natura per coltivare la terra, mietere, una lotta col vento, con le bufere con la neve che aggredivano la casa e la distruggevano. Però era vicino alla vita.

R: Penso che per essere vicini alla vita, l’architettura, l’arte, la pittura, la poesia, non debbano essere solo prodotti del sistema…

A: Sono convinto che ogni uomo sia poeta e pittore al tempo stesso. Il contadino da noi diceva in modo naturale, spontaneamente, la poesia. Io ho imparato la poesia prima di imparare a leggere e scrivere. Ho avuto due fratelli che dipingevano e non avevano studiato pittura in nessuna scuola. L’uomo per natura è artista. Questo lo distingue dall’animale, perché l’uomo può separarsi dalla natura, guardarla, osservarla, scavare dentro e conservarla. Per questo motivo ha storia. Mentre l’animale non può separarsi dalla natura; per questo motivo non ha storia.

R: Tu sei stato capace di ascoltare anche chi pensa cose opposte alle tue?

A: Io ho imparato dal sofismo, dal misticismo, che l’Io non può esistere se non attraverso l’altro.
R: E per te l’incontro con l’arte, con la pittura è anche un po’ un “altro”?

A: L’altro è in contraddizione con te perché l’altro simile a te non ti offre nulla, mentre il diverso da te può chiedere molte cose a te. Per questo motivo se l’uomo ci tiene molto a capire il mondo, a capire se stesso, deve ascoltare l’altro, il diverso. Per questo il sofismo dice: l’essere non può esistere se non con l’altro. Io, in quanto essere, devo immaginare di fare un viaggio verso me stesso e devo per forza passare attraverso l’altro. Perché l’altro non è soltanto un elemento di dialogo. L’altro è un elemento costitutivo.

R: Allora, in questo senso, la famiglia è “altro”, è un’altra parte di te?

A: No, la famiglia è l’Io, è un’entità unica. Ed è per questo che bisogna uscire dalla famiglia, “distruggere” la famiglia e uscire verso l’altro perché la famiglia è ripetizione. Per me quello che mi somiglia mi uccide e quello che è in contrasto con me mi fa vivere.

R: L’identità non è dunque tradizione, legame con le proprie origini?

A: No, per me l’identità è una perpetua apertura, un continuo cambiamento. Non c’è, a mio parere, un’identità prefabbricata, c’è un’identità concreta ogni giorno. L’uomo crea la sua identità creando la sua opera, quindi l’identità arriva da quello che facciamo, è davanti a noi, non dietro. E in questo senso, tutto è stravolto: se l’identità non è un’eredità, non è prefabbricata, è una ricerca, un’apertura sull’altro, che non è più un elemento per dialogare, per scambiare, ma è una dimensione costitutiva di me stesso. L’io non esiste senza l’altro, e anche se voglio viaggiare alla scoperta di me stesso, devo passare attraverso l’altro. Questo è molto bello e importante nel quadro del dialogo tra le diverse sponde del Mediterraneo.

R: Eppure ogni sponda ha un linguaggio differente. Dove porta la traduzione di una poesia?

A: La traduzione è un tradimento, pensiamo alla poesia in arabo: in qualunque altra lingua perde la musicalità che gli è propria. Robert Frost, un poeta americano, diceva che la poesia è ciò che resta senza traduzione, quindi qualcosa di intraducibile. Al tempo stesso, io aggiungo che bisogna tradire, ma deve essere un grande tradimento: non può essere fatto da chiunque, ci vuole un genio per tradire in poesia.

R: La poesia è antropologicamente necessaria all’uomo: sei d’accordo o pensi che l’uomo possa farne benissimo a meno?

A: Credo che la poesia non sia mai un “mezzo”, la poesia è la vita stessa, l’esistenza stessa, non è un mezzo per dire qualche cosa. Non posso concepire un essere umano privo della sua essenza poetica. Il primo uomo era un poeta, tutto era poesia nella sua vita. Poesia non è solo scrivere poemi, è un modo di vedere le cose, un modo di amare, di pensare e di vivere. La poesia è la nostra esistenza. Tutto ciò che è legato alla creatività di un essere umano è legato ad un aspetto poetico.

R: Vorrei chiederti qualcosa sulla situazione della parola nell’eredità culturale islamica…

A: Prima dell’Islam la parola era libera. Il poeta credeva di dire la verità, ma la verità era una ricerca costante. L’Islam ha detto: Io sono la verità, non la poesia. E ha circoscritto la verità in parole. Una volta la verità era come l’aria, come il sole, oggi è diventata come l’acqua in un bicchiere: chiusa. E questo ha congelato la parola. Non puoi liberare la parola se non ti liberi della religione. E non puoi liberarti dalla religione perché la religione è legata alla politica, al controllo economico, per cui per questo motivo è difficile liberarsi dalla religione per poter liberare la parola. La parola prima dell’Islam era come un’onda libera, oggi è diventata come un piatto, un bicchiere, …un oggetto. La parola è morta. Oggi scrivere una poesia in lingua araba è una cosa orribile. Se vuoi veramente scrivere poesia nuova devi prendere tutte queste parole e svuotarle dei loro riferimenti religiosi e scrivere come se le parole fossero uscite ex novo. Questo è molto difficile, per questo motivo presso gli arabi non c’è modernità.

R: “Dal caos può nascere una stella”, diceva Nietzsche. Nel “caos” odierno del mondo arabo, cosa può nascere?

A: Perché nasca qualcosa dal caos noi dobbiamo riconoscerlo. Noi non riconosciamo il caos. Come se l’Islam di 1500 anni fa fosse nato oggi. Noi riusciamo a pensare che tutto il mondo sbaglia e soltanto l’Islam abbia ragione.

R: Nella parola avviene, o meglio dovrebbe avvenire, l’innovazione dell’essere. Qual è il ruolo dell’arte?

A: Dio non ha detto di dipingere, Dio non ha detto di danzare, Dio non ha detto di imitare, Dio ha detto che la parola è verità ma abbiamo visto come questo assoluto non esiste. Alla parola non resta che la descrizione della realtà.

R: Forse all’arte spetta questo compito… parliamo del tuo avvicinamento all’arte?

A: Sento un forte bisogno di fare queste pitture. Sono molto in ansia e per questo motivo chiedo spesso se quello che sto facendo è buono o se va bene. Io non ho mai studiato l’arte e queste che sto facendo sono cose che sono venute fuori attraverso i miei rapporti con gli amici, con gli artisti su cui ho anche scritto, con cui ho buoni rapporti, ma quello che sto facendo non so dove mi porterà.

R: I tuoi disegni e i tuoi collage comprendono parole, le mischiano a cose che diventano punti fermi tra ciò che incessantemente si muove…

A: Sento una pressione interna per realizzare questi lavori, quando sento che la parola non riesce più a esprimere quello che penso, quello che voglio e dunque ricerco con la pittura.

R: nelle tue pitture non ci sono risposte, solo domande, sono visioni libere in cui si sente molto il tuo rapporto con il corpo, il movimento della tua mano. Mi sembra questo già un messaggio oltre la crisi.

A: Il corpo per l’esattezza è ottimismo, amore, sogno, movimento, ma non è possibile essere ottimisti nella vita quotidiana. Questo ottimismo viene meno quando si analizzano razionalmente le cose. L’uomo contemporaneo progetta e lavora non per evolvere, sviluppare la vita e arricchirla ma per controllare l’altro. E allora io sento di essere pessimista. Perché l’uomo è selvaggio.

R: Le religioni vorrebbero essere un percorso salvifico…

A: Le cose invece si complicano quando vedi che le tre religioni monoteiste per salvare l’umanità da questo stato selvaggio in realtà hanno esercitato brutalità. Il cristianesimo ha per esempio distrutto quello che era il vecchio mondo degli indiani negli Stati Uniti e l’Islam ha sterminato quello che c’era prima. O gli ebrei, prima trattati in modo ingiusto sono ora loro a sottomettere… per cui le religioni monoteiste, quelle che erano venute per salvare il mondo dal vecchio in pratica si sono dimostrate peggiori.

R: Tu sei ateo?

A: Si naturalmente! Comunque credo nell’uomo. Credo che dietro la vita ci sono tre cose: l’amore, l’amicizia e la creatività artistica. Questa la triade. Il mondo religioso è un mondo chiuso non aperto e l’uomo è molto più importante della religione. Siccome è l’uomo quello che ha creato le religioni è anche in grado di superarle. Credo che nella religione non ci sia una rivelazione, non ci sia dio, è l’uomo che ha inventato tutto.

R: Cosa intendi quando dici che è un bene che l’uomo non raggiunga la verità?

A: Quando l’uomo giunge alla verità diventa come un pezzo di pietra. Quello che distingue l’uomo dall’animale non è la parola. Quello che distingue l’uomo è che soltanto lui può porre domande sul mondo, interrogativi. Questo non può farlo né l’animale, né la macchina. E attraverso questi interrogativi lui cerca sempre di trovare il meglio. Le religioni sono finite, l’uomo no, è infinito.

R: Cos’è la bellezza, la bellezza che ci circonda?

A: La bellezza è insita nella domanda. La bellezza è parte di questa ricerca, di questo interrogativo. Ogni cosa che ti pone delle domande è bella. Le cose, gli oggetti in sé non ti pongono domande. La bellezza non è nell’oggetto ma nel senso che gli sta dietro, quello che lo muove. Se prendi un testo poetico di Dante e un testo poetico di un altro poeta, il testo più bello è quello che apre un dialogo con te e ti pone anche delle domande. Per cui, ad esempio, la donna bella è la donna ambigua.

R: L’arte svela e rivela. È lo spirito del tempo.

A: Prendiamo ancora Dante; molti spiegano Dante attraverso il suo tempo. Per me è il contrario: io spiego il periodo e la cultura di Dante attraverso la sua poesia. Ed è la poesia di Dante che ci fa meglio conoscere il suo contesto storico. Torno al concetto di prima, la poesia non è un mezzo ma è una fonte, è lo spirito di un tempo.

R: La cosa più importante nel tuo lavoro, dal punto di vista plastico, è quello che c’è, che fai nel movimento, nella luce, la bellezza rimane insita, nascosta.
Un ultima domanda, Adonis: qual è il destino dei paesi arabi?

A: L’estinzione. Non saranno estinti come individui…

R: Come ideologie, come pensiero?

A: Non avranno una loro presenza nel mondo perché un popolo lo è nella sua creatività. Finché l’Islam, quello che domina, rimane contro la creatività, saremo destinati all’estinzione.

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