La Toscana di Mario Luzi. Una geografia interiore


di Mario Specchio

Invitato a Siena a tenere la lezione magistrale ad apertura dell’anno accademico dell’Università per Stranieri, nel 1991, Luzi disse, concludendo una toccante e sommessa rievocazione di tanti temi della sua vita e del suo lavoro: “Sono sempre più frequentemente, da alcuni anni, nella strada di Siena, perché di fatto ci vengo più spesso, ci giro intorno, mi ritraggo a guardarla da lontano, magari come si guarda un testimone, come si guarda un giudice, con reverenza e timore. Più che a ogni altro sento di dovere a lei, a Siena, il mio rendiconto : a lei devo rendere conto della mia vita, che qui in un certo senso si è aperta e ora si avvia al tramonto.” Sarebbe tornato senza sosta ad interrogarla, la città della sua “indelebile infanzia” e con lei la Toscana profonda, fattasi luogo della memoria e dell’anima, ad ogni nuova raccolta di liriche, d’improvviso uno squarcio di luce e di ombra avrebbe avvolto apparizioni scolpite in versi indimenticabili, i tornanti delle crete che conducono all’Orcia, il profilo dolce e sibillino della città della Vergine, la campagna adagiata nei colori di Simone e dei Lorenzetti: “ La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia / traverso il mare mosso di crete dilavate / che mettono di marzo una peluria verde / è una strada fuori del tempo, una strada aperta / e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma. // Reale o irreale, solare o notturna – / assorti ne seguivano / il lungo saliscendi / di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di tormento.” Da Su fondamenti invisibili, (1971).

È facile pensare che lungo quei tornanti si sia snodata anche, per speculum et in enigmate, la vicenda del poeta, la sua vita e il suo lavoro, quel viaggio che sembrava non dovesse avere mai fine e forse non ha avuto davvero fine, perché a quell’avventura, iniziata quasi un secolo fa, all’ombra de La barca (1935), presiedeva, fin da allora, il sentimento bruciante e caritatevole di una “vicissitudine sospesa”, metamorfosi e trasmutazione proiettate non ad un fine, né tantomeno ad una fine, quanto all’eterno ricominciamento del flusso vitale che dalle foci torna, invertendo la direzionalità del viaggio, alle sorgenti, alle origini, per ritrovarsi di nuovo nel flusso della vita universa, nel suo celestiale – e straziante- rigenerarsi senza posa. Era stato questo, sino a Primizie del deserto (1952), il cuore segreto della poesia di Luzi, quello che si mostrava e si denudava nelle volute concitate e inarrestabili di Invocazione : “ È questo il tempo propizio, se vieni, / pesta le muffe tristi, i secchi sterpi, / schiantane i nodi, lacera i grovigli, / ma ferisciti, sanguina anche tu, / piangi con noi, oscurati nel folto.” Per poi accettare anche il rischio della pietrificazione e dell’immobilità, ma a patto che questo fosse solo un atto sacrificale, disponibilità ad accogliere il bene e il male all’interno di un agone in cui nulla fosse escluso e meno che mai l’uomo, la sua vicenda terrestre ed il suo canto : “ Scendi anche tu, rimani prigioniera / nella sfera angosciosa di Parmenide / immota sotto gli occhi della moira, / nel recinto di febbre dove il nascere / è spento e del perire non è traccia !”

Sono gli anni, quelli di Primizie del deserto, centrati nel cuore del Novecento, in cui si va preparando, maturandosi in filoni sotterranei che lo sguardo frettoloso della modernità non sempre riusciva a scorgere, lo scarto con il quale Mario Luzi, all’inizio degli anni Sessanta, sembra entrare in un’altra orbita; ma era proprio Invocazione a costituire il perno della sua “rivoluzione copernicana”, come scrisse, con felice intuizione, Giancarlo Quiriconi. La raccolta che pilota il nuovo corso della poesia di Luzi , come ormai esaustivamente dimostrato, è Nel magma, (1963), il libro che, sino dal titolo, e poi nella cifra colloquiale e, ma solo apparentemente, prosastica, e più ancora nella scelta tematica e programmatica, infrange ogni residuo di solipsismo lirico e di tentazione elegiaca, per inoltrarsi, con animo trepidante ma saldo, nella selva oscura della storia, della vita, e,- ciò che d’ora innanzi costituirà la sezione aurea della sua poesia – nel mistero di colpa e redenzione, salvezza e perdizione della specie e della collettività.

Ma proprio ora che il cammino si proietta verso la totale alterità, vede la luce anche un libro nel quale il pensiero torna al passato, alla memoria larica, alla madre e alla terra che conserva e protegge la forza elementare della stirpe, Dal fondo delle campagne, (1965), dove si trova una lirica che di tutto questo sembra essere sintesi e confutazione a un tempo, Dalla torre:

Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
nella sua cavalcata verso il mare,
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice :”guardami sono la tua stella”
e in quell’attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
ove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.

Tutti i miei più che quarant’anni sciamano
fuori del loro nido d’ape. Cercano
qui più che altrove il loro cibo, chiedono
di noi, di voi murati nella crosta
di questo corpo luminoso. E seguita,
seguita a pullulare morte e vita
tenera e ostile, chiara e inconoscibile.

Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta.

Lo sguardo del poeta opera qui una ricognizione che salda il tempo e lo spazio, il passato e il futuro, rilevando i dati di una geografia familiare rivisitata, come scrive Marco Marchi “ secondo una disposizione purgatoriale ascetica piuttosto che memoriale-elegiaca” dove il viandante, fattosi scriba e testimone ritrova la ragione di un vivere che è “ dovere e destino insieme, che ne guida d’ora in poi il cammino verso il mondo più vasto della partecipazione umana.” Ed è anche ora che la madre si fa musa della memoria e archetipo della femminilità, in lei si addensa la nostalgia e la speranza perché il ‘fondo’ delle campagne è memento di un de profundis dove le voci dei vivi si confondono con quelle dei morti ed il canto delle parche, che già era echeggiato nei versi de La barca, risuona ora come invito e come monito : “ Udire voci trapassate insidia / il giusto, lusinga il troppo debole, / il troppo umano dell’amore. Solo / la parola all’unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di tempo e eternità vale a recidere / il duro filamento d’elegia. / È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.” Il duro filamento.

È, ci sembra, proprio a partire da questo ‘strappo’ con cui si recide “il duro filamento d’elegia” che il paesaggio si interiorizza, senza nulla perdere della sua concretezza, e sempre più si accentua una delle caratteristiche della poesia di Mario Luzi, che è quella di contemplare con un’ottica doppia, ma simultanea, la peculiarità dei fenomeni ed il loro slittamento simbolico-mistico. I paesi che popoleranno le poesie del periodo successivo – inarcato per circa mezzo secolo – sono indagati con un realismo lucido, stratigrafico, e condotti sin là dove si attua un rovesciamento prospettico che sdoppia e ricompone la realtà, illuminandone i contorni di una luce aurorale, oltre la quale l’occhio è costretto a sperimentare, come l’anima, “ la conoscenza per ardore o il buio”.

E tanto più si dilata lo spazio nella sua esperienza personale, tanto più sembra farsi acuta la necessità di rigenerare la fisica dei luoghi con la metafisica del cuore. Tornasse da Tiflis o da Benares, da New York o da Pechino, erano i platani umidi di Firenze, le mura generose e arcigne di Siena , il delirio delle crete verso l’Orcia, verso Pienza, a ricostituire la geografia interiore del paesaggio, del suo e della sua poesia : “ La terra senza dolcezza d’alberi, la terra arida / che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto / e incresta in lontananza / (inganno o verità / miraggio o evidenza – / insidia a lungo la mente / una tortura di dilemma ) sperdute torri, sperdute rocche / è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa / che lascia transitare i pensieri / però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.” Frammento toscano. (Al fuoco della controversia, 1973).

Inganno o verità, miraggio o evidenza. A questa dialettica senza risposta si consegna la poesia di Luzi, vi si abbandona con un atto di autospoliazione radicale, il Grande Codice è vita fedele alla vita, la creatura e il creatore alternano i ruoli in una danza sospesa nella luce, dove la luce, alla fine, dissolve il cromatismo, e l’occhio accecato si cerca, e si ritrova, solo nella resa incondizionata. La folle cavalcata di Guidoriccio sembrava a Mario Luzi, giovane studente di liceo nella città di Simone, sospesa in quell’aura arcana, lo ricorderà in una prosa degli anni cinquanta, intitolata Ritorno a Siena : “ la misteriosa, deserta cavalcata di Guidoriccio da Fogliano si associava immancabilmente ai miei pensieri e quella landa tra quelle rocche era allora la campagna circostante e quella favola tutta la vita, la sua essenza, la sua febbre.”

È immerso in quella favola e in quella febbre uno degli ultimi, più alti libri di Luzi, il Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994). Qui il viaggio del pittore senese di ritorno da Avignone assume i connotati ultimativi di un cammino che è insieme progressione e ascensione, ed il tornare non è un ripercorrere la strada a ritroso, bensì un rivivere il viaggio come esperienza multipla e polisemica, aderendo al dettato del desiderio e della nostalgia, perché se è vero, come ha scritto Novalis, che il viaggio riporta sempre a casa, è altrettanto vero che la magia del viaggio, il suo percorso iniziatico, consiste proprio nel progressivo spostamento dei confini del tempo e dello spazio. All’interno di questi confini Simone ravvisa i segnali del passato come segnavia proiettati nel futuro, o in un presente che incrocia l’eternità, ed è ancora la Toscana profonda della memoria e della speranza, è la città della Vergine, sono le strade tortuose che puntano al cuore dell’enigma di quella terra “brulla e tersa” che lo accolgono e lo accompagnano, ma lo spingono anche a riconoscersi, finalmente, a farsi trapassare senza residui dal destino della sua vita e della sua arte : “ Mi guarda Siena, / mi guarda sempre / dalla sua lontana altura / o da quella del ricordo – / come naufrago ? – / come transfuga ? / mi lancia incontro / la corsa / delle sue colline, / mi sferza in petto quel vento, / lo incrocia con il tempo- / il mio dirottamente / che le si avventa ai fianchi / dal profondo dell’ infanzia / e quello dei miei morti / e l’altro d’ogni appena / memorabile esistenza… / Siamo ancora / io e lei, lei e io / soli, deserti. / Per un più estremo amore ? Certo. ” Mi guarda Siena.

È simile a quella di Guidoriccio la cavalcata di Simone che torna senza tornare e ad ogni tappa il cammino sembra sospeso, fermato per l’eternità in un segmento astrale, “ mi guarda Siena, mi guarda sempre”. Ma cos’è realmente questa città “alta e romita nel suo sibillino paesaggio”, che cos’è per Simone, cosa vi cerca l’artista, il senso della vita o dell’arte, l’inizio o la fine, il riscatto o la morte ? O forse lo incalza il miraggio di una risposta che annulli la frustata del vento, il vento della poesia di Luzi che entra nel sangue e diviene linfa e tossico –“lo incrocia con il tempo” -. La città che attende Simone – ma forse non è lui che attende, né lui né altri , – si offre e si ritrae nel bagliore di un’incognita che non si lascia dire dalle parole, né catturare dai colori, perché l’energia maliosa che si sprigiona da quelle mura turrite trae origine da un patto che agli umani non è dato di stabilire, il patto di alleanza con il tempo. È il tempo la misura della condizione terrestre, della sua smisurata tristezza. C’è un momento, in quel testo straordinario che è la Via Crucis, scritto nel 1999 su invito del Pontefice per le celebrazioni della Pasqua vaticana, in cui Cristo si rivolge al Padre dicendo: “Perché Padre, talora mi domando / l’incarnazione è tra gli uomini, / perché non in altra specie / tra quelle delle tue creature visibili / e che pure ti testimoniano : gli uccelli / i pesci, le gazzelle, i daini…” Ma la risposta al silenzio di questa domanda inesauribile sembra venire da un altro passo del testo, in queste, tra le più accorate parole di Gesù : “ Padre che sta per accadere che per te non sia già stato? / Che cos’è questo sgomento ? / C’è nel tempo qualcosa che mi affligge, / il tempo è degli umani, per loro lo hai creato, / a loro hai dato di crearne, di inaugurare epoche, di chiuderle. / Il tempo lo conosci ma non lo condividi. / Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza / del tempo è forte nell’uomo, invincibile.”

Vivere ‘sotto specie umana ’ è dunque questo essere consegnati al tempo, al suo trionfo gaudioso e devastante. Se l’uomo può intuire la vita sub specie aeternitatis è perché la sua carne, prima ancora forse della sua anima, conosce il volto maestoso e terrificante del tempo. E se la Città di Simone sembra promettere il miracolo è perché l’eternità dello spazio creato e protetto dalla città degli uomini si fa riflesso e imago del tempo redento nella città di Dio. Siena è la città della Vergine e Maria, come la definì il mistico spagnolo Ribadeneira, è “ una donna del cielo e della terra”, mediatrice tra finito e infinito, donna nata dalla carne e madre dello Spirito, del Verbo fatto carne, “Vergine madre, figlia del tuo figlio, / Umile ed alta più che creatura, / Termine fisso d’etterno consiglio”, la canterà Dante. La città, nella sua concretezza architettonica e topografica si dispone così in una geografia ‘alto cifrata’ entro la quale risuona, nella compresenza di tutte le sue variazioni timbriche, uno dei bassi continui della poesia di Luzi, vale a dire il tema, lo spasimo l’ossessione del tempo, di quel tempo che sgomentava il Cristo della Passione. In una lirica di Sotto specie umana questo ordine di agnizioni e di interrogativi, sembra trovare, ancora sullo sfondo delle colline e delle mura di Siena, una ulteriore, quasi ultimativa coscienza : “Brani di verdissima / distanza da colle / a colle / laggiù fino all’ultimo / ancora nevicato / che inazzurra / la persa lontananza. / Di là è Siena. / Di che luce si riempie / il cuore, di che pena. / Tutto alieno, / tutto umano / è lo spazio / in cui si cuoce / una storia vera o brucia, / ma senza consumarsi, una chimera. / Tutto umano, tutto alieno / il tempo che quello spazio assedia. / Tutto umano, tutto alieno / il dopo, il prima, / la terra, il cielo, / che chiude perfetto la sua rima. “

Ma non c’è soltanto Siena nel viaggio di Simone, come nell’opera e nella vita di Luzi. C’è anche Firenze. La sfiora nel suo viaggio, Simone, ne avverte il richiamo vigoroso, lo sfidano i giotteschi, lo richiamano alla legge impietosa dell’alterità, gli insufflano nel cuore l’inquietudine di una vita che ripullula estroversa, lo graffia il dubbio che tutto possa essere sempre diverso, eppure simile a se stesso, nella perenne inversione dei segni: “ Si approssima Firenze. / Si aggrega la città. / S’addensano i suoi prima / rari sparpagliati borghi. / S’infittiscono / gli orti e i monasteri. / Lo attrae nel suo gomitolo, / ma è incerto / se sfidarne il labirinto / o tenersi alla proda, non varcare il ponte.”

Siena e Firenze, due mondi speculari, opposti, spesso ostili, eppure ineludibili, l’una e l’altra, per Simone e, soprattutto per Mario Luzi. Perché se Siena è stata la città della sua ‘indelebile infanzia’, – ritrovata, dopo anni di lontananza, grazie anche a Pienza, di Siena morbido e fulgente avamposto -, Firenze è la città della giovinezza e della maturità, il luogo degli affetti nuziali e paterni, quelli che non si spengono; è la città degli studi e degli incontri, del caffè San Marco e delle Giubbe Rosse, delle riviste che tennero viva la coscienza etica e letteraria del paese negli anni grigi della dittatura, ‘Solaria’ prima, e poi ‘Campo di Marte’ e ‘ Il Frontespizio ‘. Ed è la città degli amici più cari, Bilenchi primo fra tutti e sodale per una vita intera, ma come non ricordare Bo, Lisi, Bargellini, Parronchi, Betocchi, Bigongiari, Rosai, e quanti altri ancora. Firenze e l’Arno sono stati per Mario Luzi quello che Parigi e la Senna furono per Ungaretti, perché quella Firenze era una città a misura d’uomo, come oggi si usa dire, ed era anche, a differenza di Siena, una città cosmopolita, dal respiro europeo. Luzi ha spesso dichiarato, con la delicatezza ma anche con la fermezza che gli erano propri, di non essersi mai sentito del tutto fiorentino, lo respingeva della città di Dante, l’eccesso polemico nell’approccio alle cose e alle persone, l’estroversione ironica e pungente. È vero, in questo senso non fu mai del tutto fiorentino Mario Luzi, ma senza Firenze neanche la sua poesia sarebbe pensabile. Forse non è peregrino affermare che tra le tante acquisizioni della sua poesia ci sia anche la riconciliazione tra l’estroversione vitalistica, ma alta e vigile di Firenze, con l’ interiorità un po’ arcigna, tormentata e visionaria di Siena, fuor di metafora, la misura umanistico-rinascimentale e l’accensione mistico-visionaria, che sono poi anche i due registri basilari della sua poesia, guidati, simultaneamente dall’occhio che analizza e da quello che illumina. La verticale sulla quale la poesia di Luzi ha attuato “la redenzione del tempo nel ventre della terra” (Carlo Ossola), passa attraverso la storia – e la metafora – di entrambe le città. È alle ragazze fiorentine che il poeta dedicò il Canto notturno, uno dei gioielli della Barca, e tutte le poesie di quel primo, ormai mitico libro, sono immerse nella luce pulviscolare di Firenze, nella carezza morbida dei suoi giardini, e se il poeta ventenne guardò la riva – e il mondo – dalla barca,“ amici dalla barca si vede il mondo”, non potremmo immaginare altra acqua se non quella dell’Arno ad accoglierne ‘l’incantata carpenteria’. È a Firenze, ai suoi platani, ai suoi palazzi divenuti antichi senza essere mai vecchi che Luzi tornava dai suoi lunghi viaggi, a cercarne con trepidazione il respiro sommesso, la malia delle voci, l’intreccio audace delle strade, il silenzio ovattato dei giardini : “ Ha un bel dire con tutti i suoi platani Firenze. / non è uguale la musica, non può esserlo. [….] Né so cosa m’intenerisce in lei, / se davvero la spina che le è infissa della mia vita / o quell’aria di congedo in lei da me, in me da lei. / O il niente di tutto questo.” (Da Al fuoco della controversia).

E non può passare inosservato il fatto che l’ultimo libro di Luzi, Dottrina dell’estremo principiante (2004), ove si allineano testi di straordinaria altezza e trasparenza, dettati a fil di voce in un timbro che ne fa una sorta di testamento poetico e spirituale, in questo libro, Siena e Firenze tornino a contemplarsi in un giuoco di rimandi che sigla, nel volto delle due città, il compimento – o la nascita – di quella costellazione spazio-temporale sull’onda della quale la sua poesia aveva cercato, interrogato e celebrato “ il punto incandescente in cui passato e futuro si ricongiungono al presente “ secondo la felice formulazione di Marco Merlin. E se Siena svetta ad apertura di libro, è a Firenze che Luzi ha rivolto, avviandosi al termine della raccolta, i suoi pensieri estremi, il saluto e l’augurio di chi avvistava, con lucida malinconia, l’ultimo tornante: “ Compiuto il vasto giro / s’apre il respiro, si dilata / mentre scendo / senza più divagare / giù diretto / verso Firenze che mi chiama.[…] Lo so, presto dovrò, / Firenze, sciogliermi dal tuo abbraccio, / perderne il caldo tanfo, / diletto e dispiacere / avuti in cambio / del mio dono li seminerò / lungo il percorso / finché forse non saranno / per me stati neanche. / Però questo e non altro / è il lavoro della vita / tutta agita, tutta cancellata: / e tutta in teche astrali / sovranamente custodita, spero.”

E ancora una volta l’empito profetico e visionario del tardo Luzi, quel suo” linguaggio fortemente mentale e cogitante “ (Stefano Verdino), si sostanzia di un sublime quotidiano entro il quale la voce si incrina proprio al diapason della nota più alta. È quel verbo alla fine : “spero”. Perché il trionfo della luce, la pienezza dell’Essere tante volte sfiorata, presentita, catturata nel soffio della voce , rischierebbe di essere “disabitata trasparenza” se ad essa non si intrecciasse il controcanto sgomento della creatura, incapace di concepire – e di accettare – quello che ai deboli occhi dell’uomo appare come una “perfida ecatombe” : “ [….] No, non può essere stata / in mente Dei / neppure per un attimo, / non può / esser passata per la sua prescienza / la perfida ecatombe! / Lo dice il mio sgomento, / ma, lo sento, / è la mia umana finitezza / ferita che argomenta. / L’essere è se stesso fino in fondo, / non si spaventa. / Le tenebre nelle quali affonda / s’incendiano del sole che ci abbacina – / Immutabile è solo il mutamento in sé del mondo. Venga, venga il tuo regno.” (Da Dottrina dell’estremo principiante).

La poesia di Luzi ha percorso simultaneamente i sentieri dell’immanenza e le vie lattee della trascendenza ed ha realizzato la simultaneità di questo percorso attraverso progressivi, anche se talvolta impercettibili spostamenti, all’interno dei quali irrevocabile appare la conflittualità degli opposti, la fede è in misura del dubbio, spazio strappato all’oscurità e ad essa riconsegnato, con un atto sacrificale oltre il quale il Sacro torna a riproporsi come interrogazione ed enigma: “ L’abisso d’accecante luce e tenebra / fumiga ancora tutto quanto. / La mischia / non è spenta, il sì e il no del mondo / s’incalzano e si affrontano / nel gorgo della vorticosa danza.” ( Da Sotto specie umana,1999). Ciò che non solo non indebolisce il valore dirompente di annunciazione ininterrotta che la poesia di Luzi ha consegnato alla modernità, ma evidenzia ed esalta proprio lo spessore agonico di una testimonianza che riscatta, nel secolo apertosi con l’annuncio della morte di Dio, le domande degli uomini, e riconduce le ragioni della poesia alle ragioni della vita e della speranza. Ma è anche chiaro quanto in questo viaggio di Luzi, le conquiste della coscienza e della lingua, siano state tutt’altro che indolori e mai si sono acquietate nei reperti di una dottrina, così che il processo di integrazione delle polarità avviene “nel gorgo della vorticosa danza”, in un paesaggio che coniuga la trasparenza luminosa del Dante ‘paradisiaco’ con i bagliori nichilisti del tragico novecentesco. L’Essere, insomma, quello che appare a Simone Martini, proprio nell’ultima poesia del volume, “intero, inconsumato, pari a sé […] Essenza, avvento, apparenza, / tutto trasparentissima sostanza” è anch’esso consegnato all’eterna e, in ultima analisi insondabile vicenda di sistole e diastole, tesi e antitesi, che mentre ne garantisce la perennità al di sopra della fugace e rapinosa danza delle forme, ne sigla anche l’azzardo, quello di cui parlava Hölderlin, quando nell’elegia Pane e Vino, affidava ai poeti, i più arrischiati, il compito di mantenere viva la fiaccola dell’attesa, nel tempo dell’oscurità, sull’orlo dell’abisso. Scrive, con la consueta intelligenza, Sergio Givone, a proposito di questo aspetto della poesia luziana : “ Naturalmente l’essere di cui si parla non è l’essere aristotelico, l’essere già da sempre salvaguardato e che perciò non ha bisogno di salvezza. Invece è l’essere introdotto nell’orizzonte del pensiero dall’apocalittica ebraico-cristiana e successivamente posto alla base di una ontologia della libertà a sfondo tragico. È l’essere esposto al suo possibile annientamento.”

Ed allora le città degli uomini, che custodiscono la storia e le reliquie degli uomini, divenendo, nel tempo e contro il tempo, testimoni del numinoso colloquio tra natura e creatura, si dispongono anche come baluardi in difesa dell’integrità, sempre minacciata e periclitante, dell’essere, a guardia del suo “possibile annientamento”. La geografia interiore da cui abbiamo preso avvio si configura come lo zenit di una congiunzione spazio- temporale, entro la quale i luoghi della poesia – e la poesia dei luoghi – partecipano della luce e dell’ombra, conservano la memoria delle stirpi e la speranza di un futuro che è già qui e ora, se il tempo lineare, progressivo, e quindi caduco della vita singola, interseca lo spazio e il tempo ‘circolare’ della Città. Ed è anche chiaro che, in questa prospettiva, le città che sempre più decisamente si accamperanno nei testi di Luzi, siano esse Roma o Lugano, Venezia o Genova, Urbino o Gerusalemme, tutte partecipano della stessa vicenda astrale il cui nucleo è costituito, come si diceva, dalla costellazione ‘toscana’. In essa Luzi ha situato, ampliandone ed approfondendone incessantemente le valenze mitico-simboliche, l’alfa e l’omega della sua esistenza, dei dati della memoria, – “bruciata la materia del ricordo ma non il ricordo”, – così come dei riferimenti etici e civili, oltreché delle accensioni liriche e sapienzali della sua poesia. Lo sguardo che il poeta lasciava correre sulla “ terra toscana brulla e tersa “ da quella lontana torre di vedetta ha accompagnato anche, come si è visto, il viaggio di Simone, ma là era la città a guardare il suo pittore – “ Mi guarda Siena, mi guarda sempre” – e non viceversa. Consumata ogni sovrastanza di soggettività, nello spazio liberato – nell’Aperto avrebbe detto Rilke -, volto e visone finivano per coincidere , risolti in un reciproco abbandono fattosi ascolto e preghiera, memoria e devozione : “ Un attimo / di universa compresenza / di totale evidenza – / entrano le cose / nel pensiero che le pensa, entrano / nel nome che le nomina, / sfolgora la miracolosa coincidenza. / In quell’attimo / -oro o lapislazzuli – / aiutami, Maria, t’inciderò / per la tua gloria, / per la gloria del cielo. Così sia.”

E forse, nella fisica ‘terrestre e celeste’ che governa la poesia di Luzi, lo sguardo capace di afferrare il fulgore della “miracolosa coincidenza” era ancora quello che lo studente del liceo Enea Silvio Piccolomini volgeva, nei limpidi mattini d’inverno, alla vallata dell’Orcia incorniciata dalle alte finestre dell’edificio come una pala d’altare, a investigarne i tornanti sino al profilo, azzurro e solitario, del Monte Amiata, e quel paesaggio gli appariva allora “ come un fondale della memoria o un luogo del sogno su cui un oscuro senso esaltato percepisce il brivido di una misteriosa ventilazione.”

Quel brivido ha accompagnato Mario Luzi lungo tutto il suo lungo viaggio, e forse il soffio del Sacro che alita nella sua poesia altro non è se non il silenzio, stupito e assorto, che permane, oltre quel brivido.

Pietro Tarasco: acquaforte (matrice mm 211 x 151), anno 2007, opera vincente la 4ª edizione 2007 del Premio Biennale Santa Croce Sull’Arno con la seguente motivazione: per la conduzione tecnica esemplare e un’esemplare solidità narrativa.

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