Luzi e l’amata Toscana


di Mario Luzi

Il poeta affresca le sue città: Firenze “la casa”, Siena “la formazione”, Pienza “il riposo”

A parte Firenze che è la mia città, la mia casa, molte sono le città i centri in cui ho vissuto e dei quali conservo un caro ricordo, senza però fare torto a nessuno mi limito per motivi di spazio a parlare di Firenze, Siena e Pienza.

Firenze (la mia città, la mia casa)

Firenze l’ho sempre considerata casa mia, anche se come tutti gli amori esiste un rovescio. Ne sono sempre stato fiero, e ne sono voluto diventare degno. Firenze è diventata per me una sorta di mito. Ma prima di tutto è casa mia, dove ho conosciuto le prime cose del mondo: la luce, l’ombra, il suono, la pronuncia delle parole, il rapporto fra le parole e le cose. Naturalmente mi sono anche costituito interiormente il mito di Firenze, un locus anche spirituale, mentale, considerandola sempre come un vertice, un punto, della nostra lingua, della storia, della nostra storia, della nostra cultura. Si pensi al mistero della cupola del duomo, la sfida del Brunelleschi alla razionalità matematica, o si pensi alla Divina Commedia, la ragione arrivata agli estremi e oltre…. Anche se oggi il tutto appare un po’ trascurato trasandato quasi non amato, e Firenze vive del suo passato mettendolo un po’ bassamente a profitto, mi piace stare qui, esser qui. Non è che non posso vivere in un altro luogo, però Firenze è rimasta questo, compreso quel complesso di superiorità che abbiamo noi fiorentini per l’intensità del messaggio ricevuto, quello che ha promanato la storia di Firenze, i suoi uomini, i suoi artisti, non ha paragoni. Certamente questo non sarà sufficiente a salvarla se non trova altre risorse: salvaguardare il passato non contaminarlo, non museificarlo possibilmente, per poi però slanciarsi in qualche cosa di suo di geniale.

Siena (l’adolescenza, la formazione)

Essere a Siena, sempre, mi esalta un po’, quasi mi ubriaca. Da dove venga questa specie di squilla interna, questa diana che sveglia memorie, ma sveglia anche il sangue, sveglia qualcosa di un conoscibile che ci attraversa tutti quanti, è difficile a dirsi per me.
E’ anche il mistero di questo che mi attrae, l’indicibilità di questo che mi rende così tenace l’affetto e l’aderenza a questa città. Siena è un concentrato di umane sublimità e di estreme follie; una stratificazione di alti disegni della mente umana e anche di visioni; ma è anche il deserto, il misterioso paesaggio che la isola e la circonda, e dall’una o dall’altro – o dall’una e dall’altro insieme, ecco, viene questa strana febbre o febbrilità che investe uno come me che vi ritorna dopo tanti anni. Questo non cessa mai di accadere. Non so neppure oggi, dopo tante volte che il fatto si ripete, che cosa mi richiami imperiosamente a Siena e che me ne faccia allontanare. La città è della mia prima adolescenza; ma lusinga anche i miei superstiti sogni di uomo maturo.

Avevo dodici anni quando vi venni e mi immersi, spaesato ragazzo, nella solarità abbagliante dei suoi marmi e cotti. Si aprì immediatamente un fermaglio che era chiuso, divenni giorno dopo giorno un adolescente fervido e incantato, smanioso di apprendere. La consapevolezza di esistere, respirare, desiderare all’interno di un chiarore di civiltà unico si faceva strada gradualmente nelle mie giornate di scolaro ginnasiale che arrivava alla scuola avendo lungo il tragitto visto o intravisto meraviglie, ricevuto richiami e tentazioni.

In quei mesi e in quegli anni nacque in me e si sviluppò la passione per l’arte. Nella cornice di Siena tutta la grande civiltà pittorica, scultorea, architettonica italiana si esaltava. Avevo, è vero, di fronte la favola senese, vivevo al cospetto di essa, ed essa mi divenne sempre più quotidiana e intrinseca nell’opera dei suoi maestri; tuttavia questo non limitava il mio sentimento che abbracciava altre immagini e altri segni dello splendore che allora mi si apriva e di cui Siena era la preziosissima porta.

Pienza (la quiete, il riposo estivo)

Pienza, meta da tanti anni dei miei soggiorni estivi. Fra me e questo luogo c’è una simbiosi tutta immaginativa più che esistenziale. Ma questo appuntamento mi sostiene durante gli sconforti dell’anno; penso, quando sono a Firenze o altrove, che c’è questo posto in cui posso riconoscermi e ne ricevo forza.

Questo spazio, questa luce variabile, questo ritmo delle colline che s’inseguono è una specie di grammatica del subcosciente che però ora viene alla luce. Tutto mi chiama, qui perché qui siamo al massimo della solitudine, ma anche dell’opportunità più autentica di colloquio. Qui c’è un confronto immediato dell’infinito con il finito, dell’uomo con l’assenza dell’uomo, della solitudine con la socialità. Questo è un luogo concreto, ma aperto a tutti i sogni, a tutte le immaginazioni.

Da quest’oasi che si apre accogliente al mio esodo, intuisco l’ozio dei vegliardi, ascolto l’ascesa del fragore sordo e chioccio degli uccelli verso il canto, il silenzio, il grido di felicità che colma il giorno, l’operosità della valle che rimbalza e si risponde in opere artigiane, in mugli di motori spinti al solco delle arature. E ancora… un silenzio “non silenzioso”, in quanto voce e linguaggio della natura, dell’universo. Anzi, di più: un discorso continuo, sempre in atto, che, in verità a volte noi interrompiamo con un dire frammentario e provvisorio.

Così nella mia nicchia di solitudine, mentre il giorno umano e non umano sfugge alla terra, dall’incavo dei suoi piccoli monti e si eclissa tra le pieghe dei suoi alti dossi, l’animo elabora anche una nostalgia dei propri simili, del contatto con il mondo degli uomini: perché è nella separatezza che viene rivalutata la totalità. Il cuore, da una condizione di malinconia, deborda, allora ad una “carità” universale che nasce dal senso acuto della fragilità umana, della vita, della bellezza. E tutto ciò è attesa, promessa.

A noi suoi fedeli Pienza rimane nel pensiero, presente anche quando ne siamo lontani. Magari succede di elevarla ad ideale astrazione: il luogo della quiete, il luogo dove non succede niente perché tutto è accaduto ed entrato per sempre in un ordine inalterabile. Ma è una stortura della nostra nevrosi. In realtà Pienza è il più bel paradigma per capire quante cose accadono là dove di dice che non accade nulla. E infatti, nuda, scandita nei suoi tempi e nelle sue necessarie vicende, è di scena la vita tale e quale; e anzi non è per nulla di scena, non ha bisogno di palco né di ribalta, opera senza clamore in profondità, impone le sue leggi e vi obbedisce lei stessa.
Pienza insomma quale frutto squisito della cultura, è una continua lezione di naturalezza e di verità. Mi mancherebbe fieramente se mi fosse impedito di venirci di tanto in tanto.

“Mario Luzi e Pienza, dalla finestra di via del Bacio”, Pietro Tarasco, acquerello, 2009.

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