Luzi, nocchiero al nostro fianco


di Marco Marchi

Cent’anni di Mario Luzi. Mendrisio, con la sua operosa associazione «Mario Luzi-Poesia del mondo» guidata da Paolo Andrea Mettel, ricorda, in collaborazione con il «Centro Studi Mario Luzi ‘La barca’» di Pienza l’importante ricorrenza anniversaria del centenario della nascita del Poeta. Lo fa con un prestigioso programma posto sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica ricco di iniziative, partecipazioni e occasioni, e comincia fattivamente a ricordarlo anche con questo sito, appositamente ideato e predisposto, che al centenario e ai molti eventi che lo celebreranno è dedicato.

Per salutare l’iniziativa mi rifaccio a un titolo della vasta bibliografia di Luzi: Discorso naturale. Il titolo vale in senso proprio, tecnico-applicativo, per una silloge di scritti luziani sulla poesia, ma alla poesia, ad una complessiva concezione della poesia inveratasi in versi straordinari, più che alludere punta direttamente. Un titolo rivelatore, utile in senso dinamicamente retrospettivo e come cifra riassuntiva di un intero percorso che in questi cent’anni culmina. Basta tornare a provarlo, ridicendosi ad esempio alcuni celebri versi della Barca – «una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti», Alla vita –, per ritrovare subito quel «discorso naturale» attivo, precocemente impostato e fin da allora magnificamente suffragato dagli esiti in parola di una registrazione: la registrazione di una «fisica perfetta» che tende misteriosamente a comunicare, a lasciarsi cogliere oltre ogni apparenza, oltre ogni superficie visibile in cui pure prende forma, si incarna.

Si ripensa all’epigrafe giovannea che il poeta volle mezzo secolo dopo adottare per la sua raccolta del 1985 Per il battesimo dei nostri frammenti – «In lei – la parola – era la vita; e la vita era la luce degli uomini» –, e gli spazi elettivi rivendicabili alla poesia di Mario Luzi appaiono di nuovo, a distanza di tanto tempo, chiari, nitidamente necessari, assolutamente umani e «naturali». Si recupera insomma con facilità nel primo Luzi come in quello più tardo il medesimo poeta: quello appena ventenne che rivolgendosi alla vita e cantando inaugura per via di trepide scoperte e partecipazioni quasi adolescenziali il suo discorso naturale, e quello solidamente maturo e ultimo che interroga con indomito rigore e sapienza i fondamenti della vita, tanto più se tragicamente minacciati e soggetti a pesanti violazioni in atto: fondamenti per molti andati irrimediabilmente perduti, oscurati del tutto.

«In lei – la parola – era la vita; e la vita era la luce degli uomini». Si riconfermano in limine a un esercizio protratto riannodati impegni e propiziazioni. Prima ancora dell’incontro di un poeta che si è guadagnato con il suo lavoro una cifra riconoscibile, esigente con i propri strumenti e i propri incarichi, è in gioco l’incontro dell’uomo con se stesso, e la posta della scommessa è alta. È come ricordare, prima di scrivere o leggere versi, che anche la parola poetica rischia oggi di mimare il silenzio, di non cogliere nel segno, venendo meno ai suoi compiti e tradendo le sue stesse origini: di tenersi separata da quelle esigenze di comunicazione e di perfetto accredito semantico che all’inizio, originariamente appunto, costituivano una coincidenza e di lì si svolgevano naturalmente come verità: «naturalmente».

Una parola, come tante, morta. Si respirava, al contrario, nella parola combaciante del principio; era lo specchio infallibile, mobile ed unitario, in cui la nominazione e l’intelligenza delle cose si garantivano a vicenda. Si arretra nel tempo e oggi quei pezzetti di verità dispersi per terra, ridotti a poltiglia appannata, anacronistica e incapace di rifrazioni significanti, sembrano non interessare più nessuno. Sono incalchi dimenticati: suoni inerti, sensi obliterati e ammutoliti, violentemente deprivati di espressione. Al confronto l’intero lavoro poetico e letterario di Luzi, una biografia individua pur lunga e ricca sino alla fine di avvenimenti di rilievo che si affidava a parole può apparire niente ed è moltissimo: più che un modello, più che un esempio.

Credere nella poesia, per Luzi, è stato credere nell’ulteriorità della creazione, a un movimento naturale che non si arresta e a cui è impossibile sottrarsi, pena la sottrazione dall’autentico, dalla riconoscibilità stessa del nostro – personale e collettivo – destino nel mondo. Dietro la poesia di Luzi – per dirla in condensati termini ungarettiani – c’è stata e c’è la «vita d’un uomo»: un uomo che inscrive, con implicazioni sempre maggiori ben oltre la «rivelazione spontanea» di cui Luzi ha parlato circa i suoi esordi poetici, la propria esperienza in cronache, e immerso in quelle cronache mutanti e di difficile decifrazione – presto avvertite, oltre che attraenti ed esaltanti, dolorose, violente, lesive per sé e per gli altri – cerca di cogliere il valore, gli aspetti resistentemente significativi di quel processo in cui movimenti e falsi movimenti, libertà vere e presunte, obbedienze all’eterno e automatismi insussistenti del precario si confondono.

È una fedeltà a sfondo religioso, che presuppone un disegno enigmatico, nobile e solenne. Ed è una storia che – per via di sofferenza e di risarcimenti, ma anche per via di scelte e contributi partecipativi responsabili – incarica l’uomo, e non certo esclusivamente per fargli contrastare, per una sorta di pentimento o di malevolo paradosso, una distruzione inesorabilmente in atto, la smentita di un’origine e i progetti di perfettibilità ad essa connessi: storia e natura sulla stessa linea, in una stessa prospettiva, o se volete, tornando ai versi giovanili della Barca che abbiamo citato, in uno stesso alveo, nel recupero di quel «sospiro profondo» che si diffonde a ritroso «dalle foci alle sorgenti».

L’accusa all’uomo di oggi è schiacciante: l’«umanità», il suo impegnativo contrassegno, latita. E tuttavia la speranza non ha mai abbandonato la poesia di Luzi, il suo «discorso naturale» – drammatico e passato per mille prove, drammaticamente culturale e esatto – è un discorso all’interno del quale l’uomo può deludere ma rimane rilkianamente responsabile di un destino parallelo a quello della naturalizzazione: l’umanizzazione.

A ripercorrere l’intera opera poetica di Mario Luzi questa complessa e inesauribile dialettica tra uomo e mondo si riscopre continuativamente efficiente: naturalmente intrinseca, vitale. Talché in un suo bellissimo e poco noto intervento del 1994 – La voce della poesia nella sostanza del mondo, presente nel volume collettaneo Il riscatto della parola, a cura di Elena Piovani e Gianfranco Porta, Grafo Edizioni – l’autore poteva legittimamente concludere, mettendo la sua testimonianza e le sue ipotesi accanto a quelle di altri poeti italiani novecenteschi, da Zanzotto a Giudici, a Sanguineti: «Ci si domanda a che cosa serve la poesia. Quando uno si pone questa domanda, è perduto alla poesia. La poesia può servire ed essere inutile, essere inutile e servire. A che? A sentire fino in fondo l’enigma della vita, nel suo bene e nel suo male».

Il fascino di Luzi si è irradiato con forza su di me da questi territori e secondo queste modalità, e da questi territori e secondo queste modalità continua ad irradiarsi potentemente, giorno dopo giorno. Ed è bello immaginare – proprio nel dare il via a questo sito che seguirà per un anno i ricordi del nostro grande Mario Luzi in tanti luoghi e con la coinvolta partecipazione di tante persone – convocati insieme, uniti nell’ascoltare la sua opera altissima e nel rievocare la sua cara figura, tutti i luoghi, tutti i tempi e tutti gli incontri di una vita che attraverso quell’opera non si arresta: insieme, «dalle foci alle sorgenti», come fossero le acque di uno stesso fiume che continua, grazie alla poesia, a scorrere, permettendo alla nostra «barca» di viventi, il cui nocchiero è rimasto in realtà saldamente al nostro fianco, vigile e premuroso, di «vedere il mondo», di coglierne il «sospiro profondo».

Mario Francesconi “ritratto”

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